Quando un nonno osserva i propri nipoti con lo sguardo fisso sullo schermo, le dita che scorrono freneticamente su superfici luminose, può provare una sensazione di invisibilità che ferisce più di quanto si possa immaginare. Non si tratta semplicemente di una questione generazionale o di un capriccio senile: è la percezione concreta di un’opportunità che sfugge, di un patrimonio umano che rischia di non essere trasmesso. Questo scenario, sempre più frequente nelle famiglie italiane, merita un’analisi che vada oltre il semplice giudizio sulla tecnologia.
La ferita invisibile dietro lo schermo
Gli adulti della Generazione Z trascorrono mediamente oltre 7 ore al giorno connessi ai dispositivi digitali. Quando questo comportamento si manifesta durante le occasioni familiari, i nonni sperimentano quello che gli psicologi definiscono “phubbing intergenerazionale”: l’essere ignorati a favore di uno smartphone. Questa dinamica non è banale perché tocca corde profonde legate al bisogno universale di riconoscimento e alla paura dell’irrilevanza che può accompagnare l’invecchiamento.
La preoccupazione del nonno non riguarda solo il presente, ma soprattutto il futuro: cosa accadrà ai valori faticosamente costruiti in una vita? Chi raccoglierà le lezioni apprese attraverso errori e successi? Il timore è che queste perle di saggezza finiscano sepolte insieme alle generazioni che le custodiscono, mai davvero ascoltate da orecchie troppo occupate dal rumore digitale.
Comprendere senza giudicare: il mondo dei nipoti
Prima di elaborare strategie, serve un passo fondamentale: riconoscere che per i giovani adulti di oggi, lo smartphone non è un semplice oggetto. È un’estensione della loro identità sociale, uno strumento attraverso cui gestiscono relazioni, opportunità lavorative, informazioni e persino la loro salute mentale. Studi scientifici hanno rilevato che l’accesso precoce agli smartphone è associato a difficoltà nella regolazione emotiva durante la giovane età adulta, con effetti spesso mediati dalla qualità delle relazioni familiari.
Questa consapevolezza non giustifica l’esclusione del nonno, ma fornisce una chiave interpretativa diversa: spesso i nipoti non ignorano volutamente i nonni per mancanza di affetto, ma per un’incapacità appresa di gestire la presenza simultanea di due mondi.
Strategie concrete per ricostruire il ponte
Creare rituali tecnologia-free con significato
Invece di chiedere genericamente di mettere via il telefono, proporre attività che abbiano un valore intrinseco può risultare più efficace. Un nonno potrebbe suggerire di cucinare insieme una ricetta di famiglia, documentando il processo fotografico che il nipote potrà poi condividere sui social. In questo modo, la tecnologia diventa alleata anziché nemica. Le ricerche confermano che offrire alternative attraenti alle attività digitali rappresenta il modo più efficace per ridurre il tempo sugli schermi, migliorando al contempo le relazioni familiari.

Il potere delle domande inaspettate
Abbandonare le classiche domande come “Come va l’università ?” o “Hai trovato lavoro?” per sostituirle con quesiti che stimolino curiosità può fare la differenza. Chiedere “Qual è stata la cosa più strana che hai scoperto questa settimana online?” apre conversazioni autentiche e dimostra interesse genuino per il mondo del nipote, non solo per quello che dovrebbe essere.
Raccontare storie, non lezioni
I giovani adulti resistono ai sermoni ma rimangono affascinati dalle narrazioni autentiche. Invece di dire “Ai miei tempi si lavorava sodo”, un nonno potrebbe raccontare l’aneddoto specifico di quella volta che ha dovuto scegliere tra due strade completamente diverse, condividendo dubbi e paure. Le neuroscienze confermano che le storie attivano aree cerebrali diverse rispetto ai consigli diretti, risultando così più memorabili e coinvolgenti.
Il ruolo dei genitori come mediatori
I figli adulti, genitori dei nipoti in questione, hanno una responsabilità cruciale in questa dinamica. Dovrebbero fungere da ponte comunicativo, spiegando ai giovani il valore emotivo e culturale di quelle visite e stabilendo regole chiare e condivise. Una soluzione pratica potrebbe essere concordare un “orario social” durante gli incontri familiari: dieci minuti ogni ora in cui è legittimo controllare il telefono, lasciando il resto del tempo alla presenza autentica. Dare il buon esempio risulta determinante, poiché i giovani tendono a imitare le abitudini digitali dei genitori.
Quando la tecnologia diventa alleata
Paradossalmente, gli strumenti digitali possono diventare punti di contatto. Un nonno che chiede al nipote di insegnargli come funziona Instagram o TikTok non solo impara qualcosa di nuovo, ma ribalta la dinamica: il giovane diventa maestro, investito di un ruolo valorizzante. Questo scambio può aprire conversazioni impensabili. Alcuni nonni hanno scoperto di poter condividere la propria storia attraverso podcast o video-interviste realizzate dai nipoti, trasformando la trasmissione di valori in un progetto creativo condiviso.
Accettare i limiti senza rinunciare
Serve realismo: non tutte le visite saranno perfette, non ogni tentativo avrà successo. I nipoti giovani adulti stanno attraversando una fase di costruzione identitaria intensa, spesso caotica. La presenza costante e paziente del nonno, anche quando sembra ignorata, lascia tracce più profonde di quanto appaia in superficie. Molti nipoti, anni dopo, ricordano con gratitudine proprio quei nonni che sono rimasti presenti senza forzature o ricatti emotivi.
Il dolore del sentirsi esclusi è legittimo e va accolto, ma può trasformarsi in motore di creatività relazionale. Ogni generazione ha il compito di imparare la lingua di quella successiva senza perdere la propria: questo è il vero ponte che permette ai valori di attraversare il tempo, anche nell’era degli schermi luminosi.
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