Quando camminiamo tra gli scaffali del supermercato alla ricerca di un olio da cucina, ci troviamo davanti a bottiglie dai colori invitanti, etichette che promettono leggerezza e benessere, immagini di girasoli dorati o semi oleosi che evocano naturalezza. Gli oli di semi si presentano spesso come l’alternativa moderna, economica e salutare all’olio extravergine d’oliva. Ma quanto di ciò che vediamo corrisponde alla realtà produttiva di questi prodotti?
La seduzione delle parole: quando “leggero” non significa quello che pensi
Il termine “leggero” campeggia su numerose confezioni di oli di semi, creando un’immediata associazione mentale con qualcosa di più sano, meno calorico, più digeribile. La verità è che tutti gli oli vegetali contengono praticamente le stesse calorie: circa 9 kilocalorie per grammo, perché sono costituiti quasi interamente da trigliceridi, indipendentemente dalla fonte vegetale. Un cucchiaio di olio di semi ha dunque un apporto energetico sovrapponibile a quello di un cucchiaio di olio extravergine d’oliva.
Quando i produttori utilizzano l’aggettivo “leggero”, in genere si riferiscono al sapore più neutro o al colore più chiaro, caratteristiche ottenute attraverso processi di raffinazione che eliminano parte dei composti responsabili di sapore, odore e pigmentazione. Quella leggerezza tanto pubblicizzata non ha alcun legame con un minor contenuto calorico e non implica di per sé benefici specifici per la salute cardiovascolare rispetto ad altri oli vegetali.
Gli omega: una storia di numeri incompleti
Molte etichette enfatizzano la presenza di acidi grassi omega, presentandoli come un toccasana per il cuore e la circolazione. Tecnicamente non mentono: alcuni oli di semi contengono effettivamente omega-6, come l’acido linoleico, e in misura variabile omega-3, soprattutto acido alfa-linolenico. Il problema sta nell’informazione parziale.
Ciò che raramente viene comunicato è il rapporto tra omega-6 e omega-3, considerato rilevante per la nostra salute. La dieta occidentale è spesso sbilanciata verso un eccesso di omega-6 rispetto agli omega-3. L’ampio utilizzo di oli ricchi in omega-6, come olio di semi di girasole o di mais tradizionali, può contribuire ad aumentare ulteriormente questo squilibrio dietetico complessivo.
In tali condizioni, un’elevata assunzione di omega-6 non bilanciata da adeguate quantità di omega-3 è stata associata a una maggiore produzione di mediatori pro-infiammatori derivati dall’acido arachidonico, mentre un maggiore apporto di omega-3 favorisce mediatori ad azione anti-infiammatoria. Questo non significa che gli omega-6 siano nocivi in assoluto, ma che il bilanciamento complessivo della dieta è cruciale. Le immagini pubblicitarie mostrano semi integri, piante rigogliose e natura incontaminata, ma omettono di raccontare come quegli oli vengono realmente prodotti.
Il viaggio industriale che nessuno racconta
La maggior parte degli oli di semi disponibili sugli scaffali dei supermercati passa attraverso un processo di estrazione e raffinazione di tipo industriale che ha ben poco di naturale. A differenza dell’olio extravergine d’oliva, ottenuto per semplice spremitura meccanica a freddo, molti oli di semi vengono estratti utilizzando solventi di origine petrolifera, principalmente l’esano. In questo processo, i semi vengono trattati con il solvente che solubilizza l’olio, massimizzando la resa. Successivamente il solvente viene allontanato tramite distillazione a temperature elevate.
Pur rispettando i limiti di legge sui residui di solventi, questo metodo rappresenta un approccio tipicamente industriale, piuttosto distante dall’immagine artigianale o puramente naturale spesso evocata dalle confezioni. Dopo l’estrazione, l’olio grezzo subisce diversi trattamenti di raffinazione che includono degommaggio per rimuovere fosfolipidi, neutralizzazione con soluzioni alcaline per eliminare acidi grassi liberi in eccesso, decolorazione con terre decoloranti o carboni attivi per ottenere un colore più chiaro e uniforme, e deodorazione mediante distillazione a vapore ad alte temperature, tipicamente fino a circa 200-240°C, per eliminare composti volatili responsabili di odori e sapori marcati.

Questo processo standardizza il prodotto, riducendo fortemente le caratteristiche organolettiche specifiche del seme di origine, e porta a un olio dal sapore e odore molto neutri. Tale neutralità è quindi il risultato di una raffinazione spinta, non di una particolare leggerezza intrinseca.
Le vittime invisibili: antiossidanti e sostanze bioattive
Durante i processi di raffinazione ad alte temperature, una parte significativa dei composti bioattivi naturalmente presenti nei semi può essere ridotta o eliminata. Tocoferoli (vitamina E), fitosteroli, alcuni polifenoli e altri antiossidanti subiscono perdite rilevanti durante fasi come la decolorazione e soprattutto la deodorazione.
Mentre l’olio grezzo o spremuto a freddo può presentare un contenuto più elevato di queste sostanze, l’olio di semi raffinato che arriva comunemente sugli scaffali ha, in genere, un profilo antiossidante più povero. In alcuni casi, i produttori aggiungono successivamente vitamina E sotto forma di tocoferoli per migliorare la stabilità ossidativa e, in parte, il profilo nutrizionale. Si tratta però di una fortificazione successiva che compensa solo parzialmente quanto perso durante la lavorazione.
Come difendersi dal marketing ingannevole
La consapevolezza rappresenta la prima forma di tutela. Quando acquistate olio di semi, non lasciatevi influenzare dalle fotografie bucoliche o dai claim generici. Cercate informazioni concrete sul metodo di estrazione. Le diciture spremuto a freddo o non raffinato indicano processi meno invasivi rispetto alla raffinazione completa e sono, di fatto, meno comuni, con un costo mediamente più elevato, coerente con rese inferiori e processi più onerosi.
Un olio di semi venduto a prezzi molto bassi difficilmente può essere stato prodotto con metodi ad alta resa ma poco industrializzati. Nella grande distribuzione, il prezzo riflette quasi sempre un processo produttivo standardizzato ad alta scala, basato su estrazione con solvente e raffinazione integrale.
Per condimenti a crudo, dove le caratteristiche organolettiche e il contenuto di sostanze bioattive sono importanti, privilegiate oli di qualità superiore, ricchi di composti fenolici e vitamina E, come l’olio extravergine d’oliva. Gli oli di semi raffinati possono avere un ruolo per alcune cotture ad alta temperatura grazie al punto di fumo generalmente elevato di molti oli raffinati, ma ciò non va confuso con particolari benefici salutistici intrinseci: la loro neutralità è soprattutto tecnologica e sensoriale.
La trasparenza che manca
Il vero problema non sta nell’esistenza stessa degli oli di semi raffinati, che hanno un loro ruolo nell’industria alimentare e nella cucina domestica. Il nodo critico riguarda la comunicazione spesso fuorviante che presenta prodotti industriali altamente processati come scelte naturali e salutari, sfruttando l’asimmetria informativa tra produttori e consumatori.
Le normative attuali sull’etichettatura definiscono alcuni paletti, ma lasciano ancora un ampio margine di manovra nella comunicazione commerciale, imponendo solo che le informazioni non siano ingannevoli in senso stretto. Ciò rende necessario un maggiore sforzo di alfabetizzazione alimentare per permettere ai consumatori di interpretare correttamente indicazioni su metodi di estrazione, trattamenti e proprietà nutrizionali del prodotto finale, piuttosto che basarsi solo sull’immagine del prodotto di partenza.
La prossima volta che vi trovate davanti allo scaffale degli oli, può essere utile andare oltre la superficie dorata della confezione: chiedersi come è stato ottenuto quell’olio, quali trattamenti ha subito e che cosa significhino davvero termini come “leggero” o “ricco di omega”. Le scelte alimentari diventano così più consapevoli e ancorate a fatti verificabili, più che a suggestioni di marketing.
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